Il ducato di Venezia – Comparazione stilistica dei conii attraverso i secoli

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PREMESSA

Iniziando questa ricerca ero ben conscio della difficoltà di elencare le varie evoluzioni stilistiche del ducato (poi zecchino) che si sono succedute in oltre cinquecento anni di emissioni.

Pur avendo rinunciato da subito ad elencare quelle differenze dovute ad errori di conio, ovvero all’esistenza di lettere retrograde o mancanti nella legenda, oppure la diversa interpunzione in essa presente, perché in gran parte già censite ed analizzate in specifiche e ben più corpose opere, mi sono trovato a valutare centinaia di “variabili” differenti dai casi sopra enunciati e della cui esistenza avevo sottovalutato la portata.

Dall’attento esame di moltissime monete sia in internet, sia in cataloghi d’asta ed altre pubblicazioni, ho avuto modo di rilevare che, pur nell’ambito del medesimo dogato, le tipologie di conii adottate erano parecchie e lo erano tanto di più se il dogato aveva avuto una durata di molti anni.

Non poteva che essere così, giacché stiamo parlando di conii e quindi di monete, fatte a mano e conseguentemente con tantissime differenze, anche minime, le une dalle altre; differenze in gran parte dovute al “cambio di mano” degli intagliatori dei conii; persone differenti che nel tempo si sono succedute nel medesimo ruolo; ciascuna con le proprie capacità artistiche più o meno accentuate ed il proprio gusto artistico.

Non ho voluto elencare tutte queste differenze; non sarebbero state sufficienti queste poche pagine ed il lavoro avrebbe preso necessariamente un “taglio” differente, più analitico ed anche meno “discorsivo”.

Ad ogni buon conto qualche licenza me la sono presa e talune di queste differenze esistenti tra i tondelli l’ho riportata, ma solo perché a mio giudizio poteva essere importante evidenziarle e correlarle al contesto principale.

Ringraziamenti

Ringrazio gli Amici: Eros Guglielmo, Mario Limido, Matteo Rongo e Roberto Cecchinato, per la loro scrupolosità e attenzione, nonché per tutti i suggerimenti che non mi hanno fatto mancare.

LA NASCITA

“1284, die ultimo octubris, capta fuit pars quod debeat laborari moneta auri communis, videliget LXVII pro marcha auri, tam bona et fina per aurum, vel melior, ut est florenus, accipiendo aurum pro illo precio quod possit dari moneta pro decem et octo grossi; et fiat cum illa stampa que videbitur domino duci et consiliariis et capitibus de quadraginta et com illis melioramentis que eis videbitur; et si consiliarum est contra sit revocatum quantum in hoc. Pars de XL; et erant XXVIIII de quadraginta congregati ex quibus voluerunt hanc partem XXII et septem fuerunt non sinceri et nullus de non”.

Questo , in sostanza, è l’atto di nascita del ducato veneziano; l’unico scritto dal quale possiamo rilevare le caratteristiche che questa moneta doveva avere, cioè:

1) Prodotto con oro tanto fino (o anche più) quanto lo era il fiorino di Firenze;

2) Tagliato a 67 pezzi per marco (il marco, pari a 8 once, pesava gr. 238,499);

3) Valente 18 Grossi

Leggiamo anche che le immagini da coniarvi dovevano essere decise dal Doge e dai suoi consiglieri ed anche dai capi della “Quarantia” (( Quarantia: Magistratura composta da quaranta membri che, in questa epoca, sopraintendeva al funzionamento della zecca ed alla pianificazione dell’esercizio finanziario dello Stato. )).

La legge venne votata da soli 29 membri presenti della Quarantia che, con 22 voti favorevoli e 7 contrari, decretarono la sua nascita.

Malauguratamente non ci è pervenuto alcun altro scritto riguardante l’aspetto progettuale della legge, non sappiamo né chi furono i promotori, né le esigenze politico/finanziarie che determinarono questa nascita.

Questo primo ducato, coniato sotto il dogato di Giovanni Dandolo (1280 – 1289), è caratterizzato da uno stile ancora medioevale, eppure è chiaro l’intento dell’incisore di inserire figure più realistiche e meno ieratiche rispetto al Grosso; notiamo infatti che i personaggi inseriti nel ducato si presentano nel diritto in posizione inversa rispetto al Grosso e non sono più in un atteggiamento statico e di parità; nel ducato il Doge è inginocchiato e sottomesso a San Marco.

Sono più curati i dettagli dei visi e delle vesti e questo lo rende più moderno, pur se alcuni dettagli sono vistosamente fuori proporzione e soprattutto il corpo del Doge risulta tozzo e con gli arti non propriamente conformi alla figura umana; le lettere che compongono le legende sono di tipo gotico. (Fig. 1)

DIRITTO

Al diritto della moneta si nota a sinistra San Marco che, in piedi e rivolto con il busto a destra, con la stessa mano offre lo stendardo al Doge che è rivolto ed inginocchiato davanti a lui.

Il Santo, con tanto di barba, è nimbato da un cerchio di perline e la sua veste pare una toga avvoltolata sul corpo e con un lembo gettato dietro la spalla sinistra, mentre la spalla ed il braccio destro sono coperte da una tunica. La mano destra impugna l’asta dello stendardo che ha in cima una bandiera che termina con le caratteristiche frange del vessillo veneziano.

Il Doge è rappresentato con gli abiti che gli erano propri e che indossava nel XIII secolo; veste una preziosa tunica con maniche lunghe (dogalina) strette ai polsi e ricche di bordure; ha il mantello con bavero o collare (mozzetta) e il tutto è foderato di pelliccia; in testa indossa la “rensa”, cioè quella cuffietta bianca di lino finissimo proveniente da Reims che copre anche le orecchie e che, a seconda dell’epoca, viene allacciata sotto il mento con due stringhe oppure no; in questo si può chiaramente scorgere il nodo e sopra

questa indossa il corno, la corona veneziana. Non è ancora quello caratteristico, rigido e con la sua forma a punta, questo è invece ancora un berretto morbido, diviso in due parti separate tra loro da un bottone o da un mezzo anello o da un piccolo fiocco e ricorda i berretti in uso nel vicino oriente. In ginocchio, Egli impugna con entrambe le mani l’asta del vessillo, che gli offre San Marco.

La legenda del diritto è costituita da:

Alle spalle di San Marco: S.M.VENETI

Alle spalle del Doge: il proprio nome abbreviato in: IO.DANDVL.

Lungo l’asta, a destra e in verticale sotto il vessillo: DVX

ROVESCIO

Al rovescio viene riportata l’immagine di Cristo Redentore, non è più assiso in trono come sul Grosso, ma è in piedi e la Sua figura è frontale; già questo costituisce una novità dal punto di vista iconografico; ha i capelli lunghi e la barba ben curata e la mano destra, di poco elevata rispetto al suo fianco, è in atto benedicente; la sinistra, invece, trattiene il Vangelo appoggiato al Suo petto. E’ anche Lui abbigliato con una toga e si nota uno dei lembi riportato sul braccio sinistro. La figura è inserita in una mandorla perlinata, all’interno della quale, poste di fianco al Cristo, ci sono nove stelline a cinque punte; quattro a sinistra e cinque a destra. L’aureola del Redentore è rotonda, perlinata e si intravedono, al suo interno, dietro la testa di Cristo, i raggi a mo’ di Croce; l’aureola si sovrappone e fuoriesce dalla mandorla; così pure accade per i suoi piedi.

La legenda del rovescio è costituita dalla scritta:

SIT.T.XPE.DAT.Q.TV.REGIS.ISTE.DVCAT , che sta per “Sit tibi Christe datus quem tu regis iste ducatus”; che significa: a te o Cristo sia dato questo ducato che tu reggi.

Né nel diritto, né nel rovescio c’è l’esergo.

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Il perché i ducati non abbiano mai riportato il ritratto realistico del Doge sotto il cui dogato furono battuti e abbiano invece mantenuto pressoché immutate ed impersonali le immagini iconografiche sopra descritte, è una particolarità veneziana che trae origine da una legge voluta dal Maggior Consiglio (( Maggior Consiglio: Massima magistratura il cui accesso era ereditario, formata da tutti i componenti di sesso maschile delle famiglie nobili; era preminente su tutte le altre magistrature e da essa dipendevano tutte le leggi e questioni dello Stato. )) nel 1474; però ancor prima di tale legge, questa era già una consuetudine.

Il Doge, infatti, doveva con la sua figura rappresentare unicamente il potere dello Stato e mai il potere personale.

A tale proposito il “Codice Cicogna / nr. 3277” cita testualmente:

“Il capo all’apice di questo gran Corpo (Repubblica), che gode non solamente la dignità suprema e la preminenza ne’ luoghi, negli abiti, nell’abitazione, nel titolo di Serenissimo; ma ancora risponde per nome del Pubblico agli Ambasciatori, e ministri de’ Principi; col suo nome (non con la sua immagine) si improntano le monete…..e benché negli affari pubblici non può da se solo deliberare….”

Oggi sappiamo che, pur non essendo mai stata riportata l’immagine esplicita di un Doge sul ducato, qualche analogia o rassomiglianza tra il viso del Doge regnante e quello riportato sui ducati emessi a suo nome, può essere forse avvenuta, ma di questo parleremo più avanti.

L’immobilizzazione iconografica del Ducato, fu dovuta anche al fatto che questo era coniato per soddisfare i pagamenti a lunga distanza e doveva necessariamente rassicurare con un marchio ben riconoscibile una quantità impressionante di commercianti, funzionari, nonché di governi di vari stati che intrattenevano rapporti d’affari con la Serenissima e non solo, diversissimi tra loro per lingua, religione, cultura e consuetudini.

Non si può trascurare nemmeno il fatto che, in un periodo nel quale l’analfabetismo era diffusissimo, il disegno impresso sulla moneta, proprio perché ripetitivo, funzionava come garanzia di qualità e stabilità.

Proprio grazie a queste particolarità possiamo dire che il ducato fu la moneta più imitata, contraffatta e falsificata nel tempo; solo questo basterebbe a dimostrare il favore che incontrò in tutti i mercati.

In Spagna, nel 1487, Ferdinando ed Isabella diedero ordine di coniare una imitazione del ducato veneziano, in oro, “porque se hallo que las monedas de ducatos son mas comunes per todos los reynos e provincias de christianos e mas usata en todas las contrataciones”.

Altro fatto curioso, ma non eludibile a riguardo del ducato, fu il favore e la popolarità che ebbe tra le popolazioni del Levante cristiano, in parte dovuta all’errato convincimento che le effigi di San Marco e del Doge, fossero, in verità, quelle di Costantino Magno e della madre Elena.