Il cavallo Percorso storico-numismatico di una moneta popolare

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Gli Asburgo

Alla morte di Ferdinando il Cattolico, nel 1516 subentra la figlia Giovanna (detta la pazza) insieme al figlio Carlo, ma presto è privata dei diritti. Il figlio prende il potere e il regno passa dai Trastamara, agli Asburgo. Con la morte dell’imperatore Massimiliano, nel 1519 Carlo eredita anche quella nomina e diventa Carlo V imperatore. Il Papa tenta di contrastare lo strapotere di Carlo, ma i tempi sono cambiati. Dopo la ribellione suscitata da Lutero e il sacco di Roma (1527), lo Stato della Chiesa è costretto a cambiare strategia. Come segno di riconciliazione, nel 1530 Carlo V si fa incoronare a Bologna da Clemente VII. Evento celebrato con una moneta commemorativa: l’imperiale. Al centro campeggiano le colonne d’Ercole, soggetto usato anche per il cavallo, di cui riprendono le emissioni facendo riferimento al peso aragonese di due grammi. Sulle monete dell’epoca comincia a comparire la data, ma non sul cavallo. Lo spazio è tutto per la leggenda “PLVS VLTRA”, che ribalta il motto medievale (Non Plus Ultra). Ormai è chiaro che Cristoforo Colombo non ha raggiunto le Indie, ma un Nuovo Mondo, quindi si allargano gli orizzonti verso Occidente e cala il sipario sui mercati d’Oriente, già compromessi dalla caduta di Costantinopoli. Nel 1556 Carlo V abdica e assegna la corona imperiale al fratello, mentre al figlio Filippo vanno tutti gli altri possedimenti. Durante il suo lungo mandato Filippo II ha diverse occasioni per esprimere la propria vocazione di re cattolico. Tra queste la battaglia di Lepanto (1571), che lo vede impegnato nella Lega Santa contro il Turco: evento celebrato dai vincitori con superbe medaglie e monete. Analogamente a quanto avviene in altri Stati Italiani che sostituiscono il denaro con il quattrino, a Napoli, unica officina rimasta dopo la chiusura di Aquila, cominciano ad essere battuti prevalentemente pezzi multipli. Il pezzo da un cavallo ritorna con al diritto la testa radiata del re, ma sono le ultime produzioni di una certa consistenza. Con Filippo III il cavallo viene ancora emesso, ma in quantità modestissime. Esso presenta un soggetto al diritto già impiegato su pezzi multipli: una pietra focaia, variamente accostata a fiamme e acciarini. Un simbolo derivante dall’Ordine del Toson d’oro, che dovrebbe tranquillizzare i sudditi sulla capacità del re di proteggerli e garantire la pace del focolare. Con Filippo IV il soggetto del cavallo ritorna per una breve apparizione e, quasi a sottolineare la sua definitiva uscita di scena, è orientato al contrario. Ormai si battono solo multipli e da 3 cavalli in su, cominciano ad avere il valore indicato sulla moneta:

da C. 3” o mezzo tornese

daC. 4”

da C. 6” o tornese

da C. 9” o mezza publica

da C. 12” o grano

L’ultima moneta con indicazione del valore in cavalli è il mezzo tornese del 1804. In seguito il mezzo tornese verrà battuto ancora fino al 1854, ma con la sola indicazione di “mezzo tornese”.

 

RAPPORTO CON LE ALTRE MONETE
Grani Tornesi Cavalli
Doppio carlino (o tari) 20 40 240
Carlino 10 20 120
Armellino (/ carlino) 5 10 60
Cinquina (5 tornesi o H carlino) 2 / 5 30
Publica 1 / 3 18
Grano 2 12
Mezza publica 3/4 1/ 9
Tornese 1/2 6
Mezzo tornese 1/4 1/2 3
Sestino 1/6 1/3 2